Letture della domenica
Il fuoco che brucia dentro: la logica della croce
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
c'è una frase, nella prima lettura di oggi, che ha il coraggio di dire a Dio ciò che noi a volte pensiamo ma non osiamo pronunciare: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso» (Ger 20,7).
Geremia è un uomo stanco. Ha predicato la verità e ne ha ricevuto in cambio derisione, insulti, prigione. E allora prende la decisione che tanti di noi hanno preso almeno una volta: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome».
Ma poi confessa: «Nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo». Miei cari amici, ecco il paradosso della fede: seguire Dio costa, ma abbandonarlo costa ancora di più. C'è un fuoco che non si lascia spegnere.
Nel Vangelo incontriamo qualcuno che quel fuoco ancora non lo comprende. Domenica scorsa Pietro aveva pronunciato la professione più bella: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù lo aveva chiamato roccia. Oggi, appena una manciata di versetti dopo, lo stesso Pietro si sente dire: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo».
Che cosa è successo? È successo che Gesù ha cominciato a parlare di Gerusalemme, di sofferenza, di morte e di risurrezione. E Pietro non ci sta. Lo prende in disparte, quasi con tenerezza, e gli dice: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai».
Fratelli e sorelle, notiamo bene: Pietro non parla per cattiveria. Parla per affetto. Vuole proteggere il suo Maestro. Ed è proprio qui la lezione più scomoda del Vangelo di oggi: si può amare Gesù e allo stesso tempo rifiutare la sua strada.
Gesù stesso spiega il motivo del suo rimprovero: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». La parola greca che Matteo usa significa "avere in mente", "avere a cuore", "ragionare secondo". Non è un errore di informazione, è un errore di mentalità.
Ed è esattamente ciò che san Paolo ci chiede oggi nella lettera ai Romani: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare» (Rm 12,2). Il cristianesimo non è una vernice che si stende sopra la vita di sempre. È un cambio di mente e di cuore.
Sant'Agostino, commentando questo passo del Vangelo, osservava che Pietro fu chiamato Satana perché voleva insegnare al Maestro invece di ascoltarlo. E aggiungeva, con la sua consueta profondità, che il discepolo deve seguire, non precedere. La tentazione più sottile della vita spirituale non è smettere di credere: è pretendere che Dio segua i nostri piani.
Ammettiamolo con onestà, cari amici: quante volte preghiamo non per cercare la volontà di Dio, ma per convincerlo della nostra? Quante volte, davanti a una croce che non abbiamo scelto, diciamo dentro di noi: «Dio non voglia, questo non mi accadrà mai»?
E poi arriva la frase che è il cuore di tutto: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
Facciamo attenzione a non addomesticare queste parole. "Portare la croce" non significa sopportare con rassegnazione il mal di schiena, il collega antipatico o il traffico del lunedì mattina. Nel linguaggio del primo secolo, prendere la croce voleva dire una cosa sola: camminare verso il patibolo, avendo già detto addio a ogni diritto su di sé.
E "rinnegare se stessi" non significa disprezzarsi. Significa smettere di mettere il proprio io al centro dell'universo. Significa che la domanda «cosa conviene a me?» cede il posto alla domanda «cosa mi chiede l'amore?».
Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo dice con chiarezza: la via della perfezione passa attraverso la Croce. Non c'è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale (cfr. CCC 2015). Non è una via triste: è la via più realistica che esista, perché l'amore vero, in questo mondo ferito, ha sempre la forma di un dono che costa.
Ed ecco allora la promessa che rovescia ogni paura: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà».
Fratelli e sorelle, questa non è una minaccia. È la descrizione più esatta della realtà. Pensate alla vostra esperienza: chi conoscete che sia veramente felice? Sono forse le persone che hanno passato la vita a difendersi, a calcolare, a trattenere? O non sono piuttosto quelle che si sono spese, che hanno perso tempo per gli altri, che hanno dato senza contare?
Penso ai genitori che si alzano di notte da anni per un figlio malato. Alle persone che assistono un coniuge che non le riconosce più. A chi perdona un torto che nessuno lo obbligherebbe a perdonare. A chi dice la verità sapendo che gli costerà. Sono i più poveri o i più ricchi tra noi?
Gesù conclude con una domanda che vale più di mille prediche: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?». È la domanda che il mondo non ci fa mai. Il mondo ci chiede continuamente cosa possiamo guadagnare. Solo il Vangelo ha il coraggio di chiederci cosa stiamo perdendo mentre guadagniamo.
E qui, cari amici, arriviamo all'altare. Perché tra pochi istanti san Paolo troverà il suo compimento: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale».
Sull'altare Cristo si offre. Non ha salvato la propria vita: l'ha perduta, e così l'ha ritrovata e ce l'ha donata. L'Eucaristia non è soltanto qualcosa che riceviamo: è qualcosa che diventiamo. Sant'Agostino diceva ai suoi fedeli: «Ricevete ciò che siete, diventate ciò che ricevete».
Ecco perché non possiamo comunicarci e poi tornare a vivere secondo la mentalità di Pietro prima della conversione. Chi mangia il Corpo donato impara a donare il proprio.
Vi propongo allora un passo concreto per questa settimana. Non dieci cose: una sola.
Individuate quell'unica croce che state cercando di evitare. Forse è una riconciliazione rimandata da troppo tempo. Forse è una responsabilità che continuate a scaricare su altri. Forse è una verità che dovete dire, o un'abitudine che dovete lasciare, o semplicemente qualcuno che ha bisogno del vostro tempo e voi lo sapete benissimo.
E questa settimana, invece di dire «Dio non voglia», provate a dire: «Signore, se questa è la tua strada, cammino».
Il fuoco di Geremia brucia ancora. Brucia in ogni cuore battezzato che ha conosciuto Cristo e non riesce più a tacere. A volte lo copriamo di cenere, di stanchezza, di paura. Ma non si spegne, perché non l'abbiamo acceso noi.
Tra poco ci accosteremo a questo altare. Portiamoci la nostra croce, quella vera. Deponiamola qui, insieme al pane e al vino. E lasciamo che Colui che ha perduto tutto per noi ci insegni finalmente la sola aritmetica che salva: si possiede soltanto ciò che si dona.
Amen.
Fonti consultate
- Sant'Agostino, Discorsi 96 e 272; Commento al Vangelo di Giovanni
- San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo, Omelia 55
- San Tommaso d'Aquino, Catena Aurea, su Matteo 16
- Catechismo della Chiesa Cattolica*, nn. 618, 1691-1698, 2015, 1368
- Papa Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, vol. I; Angelus del 31 agosto 2008
- Papa Francesco, Evangelii Gaudium, nn. 135-159
- Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, n. 42; Sacrosanctum Concilium, n. 48
- The Navarre Bible: St Matthew* e commentari biblici della tradizione cattolica su Geremia 20 e Romani 12
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