Le chiavi affidate all'amore
Cari fratelli e care sorelle in Cristo,
c'è un momento, nella vita di ognuno di noi, in cui qualcuno ci consegna una chiave. I genitori consegnano le chiavi di casa al figlio adolescente. Un amico ci lascia le chiavi del suo appartamento quando parte. Un datore di lavoro affida le chiavi del negozio a un dipendente.
E in quel gesto semplice c'è molto più di un pezzo di metallo. C'è fiducia. C'è responsabilità. C'è una relazione. Chi riceve una chiave riceve il cuore di chi gliela dona.
Le letture di questa domenica ci parlano proprio di questo: di chiavi consegnate, di autorità affidata, e soprattutto del Dio che si fida degli uomini.
Nella prima lettura, il profeta Isaia ci porta alla corte del re Ezechia. C'è un uomo, Sebna, che ricopre l'incarico più alto dopo il re: è il maggiordomo del palazzo. Ma Sebna ha usato quel potere per se stesso. Si è costruito un sepolcro monumentale, si è procurato carri sfarzosi, ha trasformato un servizio in un privilegio.
E Dio dice parole severissime: «Ti toglierò la carica, ti rimuoverò dal tuo posto». Al suo posto viene chiamato Eliakìm, e su di lui il Signore pronuncia queste parole: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire».
Notate, fratelli e sorelle: la chiave viene posta sulla spalla. Non nella mano, come un trofeo da esibire. Sulla spalla, come un peso da portare. L'autorità nella Bibbia non è mai un ornamento: è un fardello che si porta per il bene degli altri.
E poi ecco Cesarea di Filippo. Gesù porta i suoi discepoli in un luogo strano, ai confini della Terra Santa, una città piena di templi pagani, dominata da un'enorme parete di roccia dove si adorava il dio Pan. Un luogo di dèi falsi e di potere romano.
Proprio lì Gesù fa la domanda che cambia tutto: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Le risposte arrivano facili, sono opinioni di seconda mano. Giovanni il Battista, Elia, Geremia.
Ma poi Gesù stringe il cerchio: «Voi, chi dite che io sia?». Il "voi" è personale, diretto, inevitabile. E oggi, in questa chiesa, quella domanda non è archiviata. È rivolta a ciascuno di noi, con il nostro nome.
Perché, miei cari, si può sapere molto su Gesù e non conoscerlo. Si può recitare il Credo a memoria e non aver mai risposto personalmente a quella domanda. La fede cristiana non è un'informazione ereditata: è un incontro.
Simone risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli dice qualcosa di sorprendente: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
Ecco la prima grande verità: la fede è un dono. Pietro non è arrivato a quella confessione con la sua intelligenza. Gliel'ha rivelata il Padre. San Paolo lo canta nella seconda lettura con parole che sembrano un grido di stupore: «O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!».
Se questa mattina credi, anche debolmente, anche con fatica, quella fede non è merito tuo. È grazia. È il Padre che ti ha sussurrato qualcosa nel cuore. E per questo non possiamo mai guardare dall'alto in basso chi ancora non crede: possiamo solo ringraziare e pregare.
Poi Gesù fa una cosa che nessun altro maestro aveva fatto: cambia il nome a Simone. «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli».
Le stesse parole di Isaia. La stessa immagine. Ma ora il Regno non è più il palazzo di Davide: è il Regno dei cieli. E il maggiordomo è un pescatore di Galilea.
Sant'Agostino, commentando questo passo, osservava che Pietro riceve le chiavi non per sé ma in nome di tutta la Chiesa, perché la Chiesa è fondata su Cristo, la roccia vera, e Pietro prende il nome da quella roccia. Non è Pietro a sostenere Cristo: è Cristo che sostiene Pietro.
E questo, fratelli e sorelle, è profondamente consolante. Perché sappiamo tutti come andrà a finire per Pietro. Poche righe dopo, nello stesso Vangelo, Gesù dovrà rimproverarlo duramente. E nella notte del processo, quest'uomo giurerà tre volte di non conoscere il Signore.
Dio consegna le chiavi a un uomo che lo tradirà. Questo dice tutto sul nostro Dio. Non aspetta che siamo perfetti per fidarsi di noi. Ci affida qualcosa proprio mentre siamo fragili, e la fiducia stessa ci trasforma.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che il potere delle chiavi significa l'autorità di assolvere i peccati, di pronunciare giudizi dottrinali e di prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. E quel potere continua oggi nel successore di Pietro e nei vescovi in comunione con lui.
Ma pensate a cosa significa concretamente per voi. Quando entri in un confessionale, appesantito da qualcosa che ti schiaccia da anni, e senti quelle parole: «Io ti assolvo dai tuoi peccati», quella è la chiave che gira nella serratura. Una porta che credevi murata si apre. Quello è il potere che Cristo ha consegnato a Pietro, che arriva fino a te.
E allora, cari amici, qual è il passo concreto da fare questa settimana?
Il primo: rispondere personalmente alla domanda. Prendetevi dieci minuti, in silenzio, magari davanti al tabernacolo, e lasciate che Gesù ve la faccia: «Tu, chi dici che io sia?». Non rispondete con il catechismo. Rispondete con la vostra vita. Chi è Gesù per te, davvero, oggi, nella tua situazione concreta?
Il secondo: chiediamoci quali chiavi il Signore ha messo sulle nostre spalle. Perché ognuno di noi ne ha ricevuta qualcuna. Genitori, avete le chiavi del cuore dei vostri figli: siete voi ad aprire loro la porta della fede o a chiuderla. Nonni, avete le chiavi della memoria e della preghiera. Insegnanti, medici, catechisti, chiunque abbia responsabilità su altri: avete ricevuto una chiave.
E la domanda è la stessa che Dio pose a Sebna: la stiamo usando per aprire porte agli altri, o per costruire monumenti a noi stessi? Apriamo o chiudiamo? Le nostre parole, il nostro giudizio, la nostra durezza, possono sbarrare a qualcuno la strada verso Dio. La nostra misericordia può spalancargliela.
Terzo: preghiamo per il Papa e per i nostri pastori. Portano una chiave pesante sulla spalla. Non lasciamoli soli.
Fratelli e sorelle, tra pochi istanti quelle chiavi si metteranno in movimento davanti ai nostri occhi. Il sacerdote, indegno come Pietro, pronuncerà le parole di Cristo sul pane e sul vino, e il cielo si aprirà su questo altare.
L'Eucaristia è la porta che Cristo ha lasciato aperta per sempre. Nessun peccato, nessuna caduta, nessun rinnegamento può richiuderla, perché le potenze degli inferi non prevarranno.
Venite dunque a ricevere Colui che avete confessato. E mentre tornate al vostro posto, portando Cristo dentro di voi, ripetete in cuore la risposta di Pietro, che oggi diventa la vostra: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
A Lui la gloria nei secoli. Amen.
Fonti consultate
- Sant'Agostino, *Discorsi* 76 e 295; *Ritrattazioni* I, 21 - San Giovanni Crisostomo, *Omelie sul Vangelo di Matteo*, Omelia 54 - San Leone Magno, *Sermone* 4 sull'anniversario della sua elezione - *Catechismo della Chiesa Cattolica*, nn. 552-553, 880-882, 1444-1445 - Concilio Vaticano II, *Lumen Gentium*, nn. 18-23 - Benedetto XVI, *Gesù di Nazaret*, vol. I; Udienze generali su San Pietro (2006) - Papa Francesco, *Evangelii Gaudium*, nn. 135-159 - Navarre Bible Commentary, *Il Vangelo di San Matteo*