Diecimila talenti di misericordia
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
immaginate per un momento di ricevere una lettera dalla banca. L'aprite e leggete: "Il suo debito è stato interamente cancellato." Non ridotto. Non rateizzato. Cancellato. Quel foglio di carta cambierebbe la vostra vita.
Ebbene, oggi il Vangelo ci mette in mano proprio quella lettera. E ci chiede una sola cosa: che cosa ne facciamo.
Pietro si avvicina a Gesù con una domanda che ci somiglia molto: "Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?" Pietro pensa di essere generoso. I rabbini del suo tempo insegnavano di perdonare fino a tre volte. Lui raddoppia e aggiunge uno.
E Gesù risponde: "Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette." Non è un numero da calcolare. È la fine del contare. Gesù sta dicendo a Pietro: smetti di tenere il registro. Il perdono cristiano non ha una scadenza.
Poi racconta una parabola che, se l'ascoltiamo davvero, ci toglie il fiato. Un servo deve al suo re diecimila talenti. Fratelli, dobbiamo capire questa cifra. Un talento equivaleva a circa vent'anni di salario di un lavoratore. Diecimila talenti erano più delle tasse annuali di intere province dell'impero romano. È una somma volutamente assurda, impossibile, impagabile.
Il servo cade in ginocchio e dice: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa." È una promessa ridicola. Non potrà mai restituire nulla. Ma il re, dice il Vangelo, "ebbe compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito."
Il re non concede una rateizzazione. Cancella tutto. E quella parola greca che traduciamo "ebbe compassione" indica un movimento delle viscere, un amore che nasce nel profondo. È la stessa parola usata per il padre del figlio prodigo. È il cuore di Dio.
Quel servo siamo noi, fratelli e sorelle. Ognuno di noi. Il debito impagabile è il peccato, ed è stato saldato non con il denaro, ma sulla croce. Sant'Agostino diceva ai suoi fedeli: "Perdona, e ti sarà perdonato; sii buono, e riceverai il bene." E ancora osservava che quando preghiamo il Padre nostro, noi stessi stabiliamo il patto: "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori."
Ma poi la parabola gira, e gira in modo doloroso. Quello stesso servo, appena uscito, incontra un compagno che gli deve cento denari. Cento giornate di lavoro. Non è nulla, non è una bazzecola: è un debito reale, come sono reali le ferite che riceviamo. Ma è cento contro diecimila talenti. È una goccia contro l'oceano.
E lui lo prende per il collo, lo strangola e lo fa gettare in prigione.
Perché? Perché aveva ricevuto il perdono nelle orecchie, ma non l'aveva lasciato scendere nel cuore. Era uscito dal palazzo del re con il debito cancellato e l'anima immutata. Gesù conclude: "Così anche il Padre mio celeste farà con voi, se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello."
Di cuore. Non a parole. Non con una stretta di mano formale mentre dentro continuiamo a tenere il conto.
Cari amici, so bene che qui tocchiamo una ferita vera. Qualcuno di voi oggi sta portando un dolore che ha un nome e un volto. Un tradimento in famiglia. Un'ingiustizia sul lavoro. Parole che hanno lacerato un'amicizia di trent'anni. Un abbandono.
E allora chiariamo che cosa il perdono non è. Perdonare non significa dire che il male non è stato male. Non significa fingere che nulla sia accaduto. Non significa rimettersi in una situazione che ci distrugge, né rinunciare alla giustizia. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che il perdono "non è in nostro potere" da soli, ma diventa possibile solo se il cuore si apre allo Spirito Santo, che trasforma la ferita in compassione.
Perdonare significa smettere di volere il male di chi ci ha fatto del male. Significa consegnare quella persona a Dio invece di tenerla incatenata dentro di noi. Perché, fratelli, quando teniamo prigioniero qualcuno nel nostro rancore, il carceriere è costretto a restare in cella con lui.
È esattamente ciò che ci dice il Siracide, con quella sapienza antica che sembra scritta ieri: "Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro." Le porta dentro. Le stringe al petto. E poi il Siracide pone la domanda che dovremmo ripeterci ogni sera: "Perdona l'offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati."
E aggiunge: "Ricordati della tua fine e smetti di odiare." Fratelli e sorelle, la vita è troppo breve per essere spesa a coltivare veleni.
San Paolo, nella seconda lettura, ci dà la ragione più profonda di tutto questo: "Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore." Ecco la verità che scioglie il rancore: quella persona che facciamo fatica a perdonare non appartiene a me. Appartiene a Cristo, che è morto anche per lei.
Io non sono il giudice. Non sono il proprietario di nessuno. Sono solo un debitore graziato.
Papa Francesco ha detto una frase che vale la pena portare a casa: "Dio non si stanca mai di perdonare; siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia." E se Dio non si stanca con noi, con quale diritto io mi stanco con mio fratello?
Fratelli e sorelle, tra pochi istanti su questo altare accadrà qualcosa di straordinario. Il Signore prenderà il pane e il vino e dirà: "Questo è il mio Sangue, versato per voi e per molti in remissione dei peccati." L'Eucaristia è la ricevuta del nostro debito cancellato. È il momento in cui il Re ci guarda negli occhi e ci dice ancora una volta: ti condono tutto.
E poco prima, staremo in piedi insieme e pregheremo: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori." Non recitiamole distrattamente, quelle parole. Sono la misura che chiediamo a Dio di usare con noi.
Perciò vi propongo un passo concreto, uno solo, da fare questa settimana. Pensate a un nome. Il nome di quella persona. Non dovete telefonarle oggi, non dovete necessariamente riaprire una porta che forse è giusto restare chiusa.
Ma ogni giorno, per sette giorni, pronunciate quel nome davanti a Dio e dite semplicemente: "Signore, io non ci riesco. Perdonala tu attraverso di me. Comincia tu." Poi lasciate lavorare la grazia. Il perdono raramente è un fulmine: quasi sempre è un'alba, che arriva lentamente ma arriva.
E se il debito è troppo pesante, portatelo al sacramento della Riconciliazione, dove il Re in persona vi aspetta per firmare ancora una volta la cancellazione.
Cari fratelli e sorelle, quando tra poco verrete a ricevere il Corpo di Cristo, tendete le mani come mendicanti. Perché è questo che siamo: mendicanti perdonati. E chi ha ricevuto diecimila talenti di misericordia può ben permettersi di regalarne cento.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Fonti consultate
- Sant'Agostino, *Discorsi* 83 e 114 (sul perdono e sul Padre nostro) - San Giovanni Crisostomo, *Omelie sul Vangelo di Matteo*, Omelia 61 - *Catechismo della Chiesa Cattolica*, nn. 2838-2845 (Il perdono nella preghiera del Signore) - Papa Francesco, *Misericordiae Vultus* (Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia, 2015) - Papa Giovanni Paolo II, *Dives in Misericordia* (1980) - Benedetto XVI, *Gesù di Nazaret*, vol. I (capitolo sul Padre nostro) - *The Navarre Bible: Gospel of Matthew*, commento a Mt 18,21-35 - Congregazione per il Culto Divino, *Direttorio Omiletico* (2014)