Il mantello restituito prima del tramonto
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
c'è un dettaglio nella prima lettura che rischia di passarci accanto senza che ce ne accorgiamo. Dio, nel libro dell'Esodo, scende in un particolare quasi domestico: «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo?».
Pensiamoci un momento. Il Dio che ha diviso il mare, il Dio del Sinai, del tuono e della nube, si preoccupa che un povero non abbia freddo durante la notte. Si preoccupa di un mantello. E aggiunge: «Quando griderà verso di me, io l'ascolterò, perché io sono pietoso».
Questa immagine del mantello ci accompagnerà oggi, perché ci aiuta a capire la risposta che Gesù dà nel Vangelo.
Un dottore della Legge, per metterlo alla prova, gli chiede: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Era una domanda seria. I maestri d'Israele contavano nella Legge di Mosè seicentotredici precetti, e si discuteva su quale fosse il più importante. Gesù risponde citando il Deuteronomio: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Ma poi fa qualcosa che nessuno gli aveva chiesto. Aggiunge un secondo comandamento, preso dal Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». E conclude: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
La parola «dipendono» nel testo originale significa letteralmente «sono appesi». Come una porta è appesa ai suoi cardini. Tutta la Legge, tutti i Profeti, tutta la vita di fede ruotano su questi due cardini. E una porta con un cardine solo non si apre bene: pende, si incastra, alla fine si stacca.
Ecco il cuore di ciò che la Parola ci dice oggi, cari amici: l'amore per Dio e l'amore per il prossimo non sono due strade parallele. Sono un unico amore. Non si può amare Dio lasciando il fratello al freddo, e non si può amare davvero il fratello senza attingere a quell'amore che viene da Dio.
Sant'Agostino lo ha espresso in un modo che vale la pena ricordare. Diceva che l'amore di Dio è il primo nell'ordine del comandare, ma l'amore del prossimo è il primo nell'ordine del fare. In altre parole: Dio viene prima di tutto, ma la prova concreta che lo amiamo passa attraverso le persone che abbiamo accanto. E l'apostolo Giovanni lo dirà senza giri di parole: chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede.
Per questo l'Esodo è così concreto. Non parla di sentimenti. Parla del forestiero, della vedova, dell'orfano: le persone più fragili della società di allora, quelle che non avevano nessuno a difenderle. Parla di prestiti senza usura, di mantelli restituiti. La santità di Israele si misurava anche così: da come trattava chi non poteva ricambiare.
Fratelli e sorelle, chi sono oggi il forestiero, la vedova e l'orfano accanto a noi? Possono essere i migranti che incontriamo per strada o al lavoro. Possono essere gli anziani soli del nostro palazzo, che magari nessuno chiama da settimane. Possono essere i ragazzi che crescono senza una figura che li accompagni, o le famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. E a volte il prossimo che soffre il freddo è dentro la nostra stessa casa: un coniuge con cui non parliamo più davvero, un genitore anziano, un figlio che si è chiuso.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che le opere di misericordia, corporali e spirituali, sono le azioni caritatevoli con cui soccorriamo il prossimo nelle sue necessità. Dare da mangiare, visitare, consigliare, consolare, perdonare. Sono tutti mantelli restituiti prima del tramonto.
Papa Benedetto XVI, nella sua prima enciclica *Deus caritas est*, ha scritto che amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, e che chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio. È una frase che fa pensare. Possiamo venire a Messa ogni domenica, recitare le nostre preghiere, e tuttavia perdere di vista Dio, se il nostro cuore si indurisce verso chi ci sta accanto. E, al contrario, chi si china sul fratello ferito scopre spesso di trovarsi davanti al volto stesso di Cristo.
Ma qui, cari amici, dobbiamo stare attenti a non trasformare il Vangelo in un elenco di cose da fare, come se tutto dipendesse dai nostri sforzi. Gesù non ci dà semplicemente un comandamento più alto. Ci dà se stesso.
Notate in quale momento Matteo colloca questo dialogo: siamo a Gerusalemme, pochi giorni prima della Passione. Colui che parla dell'amore totale, «con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente», sta per vivere quell'amore fino in fondo sulla croce. Lì i due cardini si uniscono perfettamente: il Figlio che ama il Padre fino all'obbedienza, e che ama noi fino a dare la vita. Sulla croce Gesù si lascia spogliare perfino della sua tunica, perché noi potessimo essere rivestiti di grazia.
Ed è questo che san Paolo ammira nei cristiani di Tessalonica, nella seconda lettura. Dice che sono diventati «imitatori nostri e del Signore», che si sono convertiti dagli idoli «per servire il Dio vivo e vero». La loro fede si era diffusa ovunque, non perché fossero particolarmente bravi, ma perché avevano accolto la Parola «con la gioia dello Spirito Santo». L'amore che vivevano non nasceva da uno sforzo di volontà, ma da un incontro che aveva cambiato la loro vita.
Anche noi, fratelli e sorelle, abbiamo i nostri idoli: il denaro, il successo, il bisogno di avere sempre ragione, la comodità che ci fa voltare lo sguardo dall'altra parte. Convertirsi significa lasciare che Dio torni al primo posto. E quando Dio è al primo posto, anche il prossimo trova il suo posto nel nostro cuore.
Sant'Agostino, ancora lui, ha lasciato una frase celebre: «Ama e fa' ciò che vuoi». Non era un invito a fare quello che ci pare. Voleva dire: se la radice della tua vita è l'amore vero, l'amore di Dio, allora anche le tue azioni, perfino quelle esigenti, porteranno frutti buoni.
Allora, quale passo concreto possiamo fare questa settimana? Vi propongo una semplice domanda da portare a casa: a chi devo restituire il mantello prima del tramonto? Chi, nella mia vita, ha bisogno di un gesto di attenzione che sto rimandando? Forse una telefonata, una visita, un perdono, un aiuto discreto a chi è nel bisogno. Scegliamo una persona e un gesto, e facciamolo prima che finisca la settimana. E chiediamo al Signore, ogni sera, di mostrarci dove lo abbiamo incontrato nei fratelli durante il giorno.
Tra poco, su questo altare, accadrà la cosa più grande che possiamo immaginare. Cristo si donerà a noi nel suo Corpo e nel suo Sangue. Qui i due cardini dell'amore si toccano. Riceviamo l'amore di Dio nella forma più concreta possibile, e siamo mandati a portarlo nel mondo. Non si può ricevere il Corpo di Cristo senza diventare, a nostra volta, pane spezzato per gli altri.
Il Dio che ascolta il grido del povero ascolta anche il nostro. Conosce i nostri freddi interiori, le nostre notti, le nostre fatiche. E prima ancora che noi restituiamo un mantello a qualcuno, è Lui che ci copre con la sua misericordia.
Lasciamoci amare da Lui, cari fratelli e sorelle. E poi, con il cuore riscaldato da questa Eucaristia, andiamo a riscaldare il mondo.
Amen.
Fonti consultate
- Sant'Agostino, *Commento al Vangelo di Giovanni*, Trattato 17; *Commento alla Prima Lettera di Giovanni*, Omelia 7 - Papa Benedetto XVI, Lettera enciclica *Deus caritas est* (2005), nn. 15-18 - Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1822-1829 (la carità); n. 2055 (i due comandamenti); n. 2447 (le opere di misericordia) - Papa Francesco, Angelus del 26 ottobre 2014 e Angelus del 25 ottobre 2020 (XXX Domenica del Tempo Ordinario, Anno A) - San Giovanni Crisostomo, *Omelie sul Vangelo di Matteo*, Omelia 71 - *The Navarre Bible: Saint Matthew's Gospel*, commento a Mt 22,34-40 - Daniel J. Harrington, S.J., *The Gospel of Matthew* (Sacra Pagina Series), Liturgical Press - *Nuovo Grande Commentario Biblico*, Queriniana, commento a Esodo 22 e 1 Tessalonicesi 1