Omelia Cattolica Quotidiana - Scritta da HomilyWriterAI
Il Vangelo che si china sulle nostre ferite
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
c'è una strada che scende da Gerusalemme a Gerico. È ripida, deserta, piena di curve dove i briganti potevano nascondersi. Su quella strada Gesù colloca una delle parabole più amate di tutta la Scrittura. Ma prima di arrivarci, ascoltiamo la voce appassionata di san Paolo.
Paolo scrive ai Galati quasi con le lacrime agli occhi: «Mi meraviglio che così in fretta passiate a un altro vangelo». Alcuni stavano aggiungendo pesi e condizioni al dono di Cristo, come se la salvezza fosse un premio da guadagnare. Paolo risponde con forza: il Vangelo che ho annunciato «non è modellato sull'uomo», l'ho ricevuto «per rivelazione di Gesù Cristo».
Che cosa significa? Che il Vangelo non è una nostra invenzione, né un insieme di regole per sentirci a posto. È una notizia che viene da Dio: Lui si è avvicinato a noi per primo, quando eravamo noi a non poterci muovere.
Ed ecco il dottore della Legge. Anche lui vuole sentirsi a posto. Conosce bene la risposta: amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi. Ma poi chiede: «E chi è il mio prossimo?». In fondo domanda: fin dove devo arrivare? Dove posso fermarmi?
Gesù non gli dà un confine. Gli racconta di un uomo mezzo morto sul ciglio della strada. Passano un sacerdote e un levita, uomini religiosi, e tirano dritto. Poi arriva un samaritano, uno straniero disprezzato. Lui lo vede, ne ha compassione, si ferma. Versa olio e vino sulle ferite, lo carica sulla sua cavalcatura, lo porta in una locanda e paga di tasca propria.
Alla fine Gesù ribalta la domanda: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo?». Non si tratta di decidere chi merita il mio amore, ma di diventare io prossimo di chi ho davanti. Papa Benedetto XVI, nella *Deus caritas est*, scrive che il prossimo è chiunque abbia bisogno di me e che io possa aiutare.
Ma i Padri della Chiesa ci invitano a guardare più in profondità. Sant'Agostino insegnava che il buon samaritano è Cristo stesso. L'uomo ferito è l'umanità, siamo noi, spogliati e feriti dal peccato. Cristo non è passato oltre: è sceso sulla nostra strada, ha curato le nostre ferite con l'olio e il vino dei sacramenti, e ci ha affidati alla locanda, che è la Chiesa, promettendo di tornare.
Ecco perché le due letture si tengono per mano, amici miei. Il Vangelo autentico di cui parla Paolo è proprio questo: Dio che si china su di noi gratuitamente. E chi ha ricevuto questa misericordia non può più chiedere «fin dove devo arrivare?». Impara a chinarsi a sua volta.
Forse oggi qualcuno di noi si riconosce nell'uomo ferito: stanco, deluso, ferito da una perdita o da un peccato. Sappi che Cristo non passa oltre. Altri si riconoscono nel sacerdote e nel levita: troppo occupati, troppo prudenti, anche quando abbiamo fede. Non per condannarci, ma per svegliarci, Gesù ci dice: «Va' e anche tu fa' così».
Fratelli e sorelle, tra poco su questo altare il Buon Samaritano si chinerà ancora una volta su di noi. Nell'Eucaristia Egli versa sulle nostre ferite il suo Corpo e il suo Sangue. Riceviamolo con gratitudine, sapendo che è un dono e non una ricompensa.
E poi un passo concreto: oggi, chiediamo al Signore di mostrarci una persona sulla nostra strada che abbiamo l'abitudine di non vedere. Un vicino solo, un collega in difficoltà, un parente con cui non parliamo più. Fermiamoci. Una telefonata, una visita, un gesto di pazienza.
Non serve inventare un altro vangelo. Basta vivere quello che abbiamo ricevuto: lasciarci amare da Cristo, e poi amare come Lui. Amen.
Fonti consultate
- Sant'Agostino, *Quaestiones Evangeliorum* II, 19 (il buon samaritano come figura di Cristo) - Origene, *Omelie su Luca*, Omelia 34 - Papa Benedetto XVI, Enciclica *Deus caritas est* (2005), n. 15 - Papa Francesco, Enciclica *Fratelli tutti* (2020), capitolo 2 - *Catechismo della Chiesa Cattolica*, nn. 1825, 2196, 1846 - San Giovanni Paolo II, Lettera apostolica *Salvifici doloris* (1984), nn. 28-30 - *Ignatius Catholic Study Bible*, commento a Galati e Luca - San Tommaso d'Aquino, *Commento alla Lettera ai Galati*, cap. 1
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