Letture della domenica
La vigna amata e la pietra scartata
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
immaginate un contadino che all'alba sale sulla collina. Ha tolto i sassi con le sue mani, ha piantato le viti migliori, ha costruito una torre per sorvegliare e scavato un tino per il vino. Ha lavorato per anni e ha atteso. Poi, al tempo della vendemmia, si china sui tralci e trova soltanto acini aspri, amari, immangiabili. Chi di noi non conosce, in qualche modo, questa delusione? L'impegno messo in un figlio, in un matrimonio, in un lavoro, e poi il raccolto che non arriva.
Il profeta Isaia oggi ci fa ascoltare proprio questo canto. Lo chiama "il canto del mio amico per la sua vigna". È un canto d'amore prima ancora che un rimprovero. Dio non è un padrone freddo che controlla la produzione: è un innamorato che ha dato tutto. E pone una domanda che attraversa i secoli e arriva fino a noi: "Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?".
Isaia spiega che la vigna è la casa d'Israele. Il Signore si aspettava giustizia, ed ecco spargimento di sangue; attendeva rettitudine, ed ecco grida di oppressi. Il frutto che Dio desidera, dunque, non è qualcosa di astratto. È la giustizia verso il povero, la verità nei rapporti, la misericordia verso chi è debole. È una vita che assomiglia alla sua.
Nel Vangelo Gesù riprende questa stessa immagine, che i sacerdoti e gli anziani del popolo conoscevano benissimo. Ma aggiunge qualcosa di nuovo e drammatico. Il padrone affida la vigna a dei contadini e parte. Al tempo del raccolto manda i suoi servi, e i vignaioli li bastonano, li uccidono, li lapidano. Ne manda altri, e accade lo stesso. Infine manda suo figlio, pensando: "Avranno rispetto per mio figlio". Ma quelli lo prendono, lo cacciano fuori dalla vigna e lo uccidono.
Fratelli e sorelle, qui Gesù sta raccontando la propria storia. I servi sono i profeti, rifiutati uno dopo l'altro. Il figlio è Lui stesso, che sarà condotto fuori dalle mura di Gerusalemme e crocifisso. Sant'Ireneo di Lione, uno dei grandi Padri della Chiesa, leggeva in questa parabola tutta la storia della salvezza: un Dio che non si stanca di cercare il suo popolo, che manda i profeti e infine il Figlio, perché non smette mai di sperare nella sua vigna.
Qual è la radice del peccato dei vignaioli? Hanno dimenticato che la vigna non era loro. Hanno detto: "Uccidiamolo e avremo noi la sua eredità". Volevano possedere ciò che era soltanto affidato. Papa Francesco, commentando questo Vangelo, ricordava proprio che la vigna è del Signore, non nostra, e che noi siamo chiamati a servirla, non a impadronircene.
Ed ecco, cari amici, la domanda che il Vangelo rivolge a ciascuno di noi. Quante volte trattiamo la nostra vita come una proprietà privata? Il tempo è mio, i soldi sono miei, il corpo è mio, i talenti sono miei. Eppure tutto ci è stato dato. La famiglia, la fede ricevuta nel Battesimo, la salute, le persone accanto a noi: tutto è vigna del Signore, affidata alle nostre mani perché porti frutto per Lui e per gli altri. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 755, ricorda che la Chiesa stessa è il campo e la vigna di Dio, e che la vera vite è Cristo, che dà vita e fecondità ai tralci.
Ma la parabola non finisce con la morte del figlio. Gesù cita il salmo: "La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi". Questo è il cuore del Mistero Pasquale. Ciò che gli uomini hanno rifiutato, Dio lo ha innalzato. Il Figlio ucciso fuori dalla vigna è risorto ed è diventato il fondamento di un edificio nuovo. Il rifiuto umano non ha l'ultima parola. L'ultima parola è l'amore di Dio che vince la morte.
Papa Benedetto XVI, commentando proprio queste letture, osservava che nella parabola di Gesù la vigna non viene più distrutta, come nel canto di Isaia. Il padrone la affida ad altri servitori. La minaccia del giudizio si trasforma in promessa, perché nel Figlio crocifisso e risorto Dio ha trovato il modo di rinnovare la sua vigna dall'interno. Cristo stesso si fa vite, e noi diventiamo i suoi tralci.
Questa è la buona notizia, fratelli e sorelle. Non siamo condannati a produrre uva amara. Se restiamo uniti a Cristo, la sua vita scorre in noi e porta frutto. Il frutto non nasce dal nostro sforzo solitario, ma dalla grazia accolta ogni giorno.
E come si accoglie questa grazia nella vita concreta? San Paolo, nella seconda lettura, ci offre una specie di manuale del buon vignaiolo. "Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti". Quanta uva amara nasce dall'ansia, dalla paura, dalla preoccupazione che ci chiude in noi stessi! Paolo non ci dice di negare i problemi, ma di consegnarli a Dio, con fiducia e gratitudine. E promette: "La pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù".
Poi aggiunge: "Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri". Il terreno della vigna è il nostro cuore, e ciò che vi seminiamo con i pensieri diventerà frutto nelle azioni. Se lo riempiamo di rancore, di sospetto, di pettegolezzi, di immagini che avvelenano, il raccolto sarà amaro. Se lo coltiviamo con ciò che è vero e buono, il raccolto sarà giustizia, pazienza, bontà.
Cari amici, vorrei proporvi un passo concreto per questa settimana. Ogni sera, prima di addormentarvi, fermatevi per due minuti e chiedetevi: "Che frutto ho portato oggi per il Signore?". Ringraziate per il bene compiuto. Consegnate a Dio, con semplicità, un'ansia che vi pesa. E scegliete un pensiero vero e buono con cui cominciare il giorno dopo: una parola della Scrittura, il volto di una persona da amare, un gesto di giustizia da compiere. Piccoli gesti, ma è così che una vigna si coltiva: filare dopo filare, giorno dopo giorno.
E se ci accorgiamo di aver prodotto uva amara, non perdiamoci d'animo. Il padrone della vigna è paziente, e ci offre il sacramento della Riconciliazione, dove la terra del cuore viene dissodata e resa di nuovo feconda.
Fra pochi istanti, su questo altare, il frutto della vite e del lavoro dell'uomo diventerà il Sangue di Cristo. Pensateci: la vigna che Dio ha tanto amato, alla fine, dà il suo vino migliore nel calice dell'Eucaristia. Il Figlio che è stato cacciato fuori dalla vigna si dona a noi come cibo e bevanda. La pietra scartata diventa il nostro nutrimento.
Accostiamoci allora a questo mistero con cuore grato. Chiediamo al Signore di rimanere uniti a Lui come tralci alla vite, perché la nostra vita, le nostre famiglie e questa comunità diventino finalmente la vigna che Egli sognava: una vigna che porta frutti di giustizia, di pace e di amore, a gloria del Padre. Amen.
Fonti consultate
- Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 755 (la Chiesa come vigna di Dio; Cristo vera vite)
- Sant'Ireneo di Lione, Contro le eresie, Libro IV, 36
- Sant'Agostino, Discorsi ed Esposizioni sui Salmi (Salmo 79/80, la vigna del Signore)
- Papa Benedetto XVI, Omelia per l'apertura dell'XI Assemblea del Sinodo dei Vescovi, 2 ottobre 2005 (vatican.va)
- Papa Francesco, Angelus dell'8 ottobre 2017 (vatican.va)
- San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo, Omelia 68
- Nuovo Grande Commentario Biblico* (ed. Brown, Fitzmyer, Murphy), commenti a Isaia 5 e Matteo 21
- Ignatius Catholic Study Bible, note a Matteo 21:33-43
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