Letture della domenica
Una moneta e un volto: restituire a Dio ciò che porta la sua immagine
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
immaginate di tenere in mano una moneta, una di quelle che usiamo ogni giorno senza farci caso. Se la guardate bene, vi trovate sopra un'immagine, un simbolo, un segno che dice a chi appartiene, chi l'ha coniata, quale autorità la garantisce. Nel Vangelo di oggi Gesù chiede proprio questo: «Mostratemi la moneta del tributo». E poi pone una domanda semplicissima: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?».
Il contesto è teso. I farisei e gli erodiani, gruppi che normalmente non si sopportavano, si alleano per tendere una trappola a Gesù. La domanda è studiata: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Se Gesù dice di sì, apparirà come un collaboratore dell'occupante romano, tradendo la speranza del popolo. Se dice di no, potrà essere denunciato come ribelle. Sembra non esserci via d'uscita.
Ma Gesù non cade nel tranello. Si fa portare un denaro, la moneta d'argento dell'imperatore, su cui era impresso il volto di Tiberio e un'iscrizione che lo proclamava figlio del divino Augusto. Notiamo un dettaglio: sono loro, gli accusatori, ad avere in tasca quella moneta, persino nel recinto del Tempio. E Gesù risponde: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Cari amici, spesso questa frase è stata letta soltanto come una regola sulla separazione tra Chiesa e Stato. C'è del vero: il cristiano è chiamato a essere un buon cittadino, a pagare le tasse, a contribuire al bene comune. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che la sottomissione all'autorità e la corresponsabilità nel bene comune esigono di pagare le imposte, di esercitare il diritto di voto, di difendere il proprio paese. Ma insegna anche che il cittadino non deve obbedire a leggi contrarie alla legge morale, perché, come dicono gli Apostoli, «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini». Cesare ha i suoi diritti, ma non è Dio.
Eppure, se ci fermassimo qui, perderemmo il cuore del Vangelo. Gesù non mette Dio e Cesare sullo stesso piano, come due padroni con cui dividersi equamente. La seconda metà della frase è molto più grande della prima. La moneta porta l'immagine di Cesare, e quindi va restituita a Cesare. Ma che cosa porta l'immagine di Dio?
La risposta i Padri della Chiesa l'hanno colta subito. Sant'Agostino, commentando questo passo, diceva: come Cesare cerca la sua immagine sulla moneta, così Dio cerca la sua immagine nella tua anima. E aggiungeva: Cesare esige la sua immagine, Dio esige la sua; restituisci a Dio l'immagine di Dio che è in te. Anche Tertulliano, già nel secondo secolo, scriveva che si deve dare a Cesare la sua immagine impressa sulla moneta, e a Dio la sua immagine impressa nell'uomo.
Fratelli e sorelle, ecco il punto. Fin dalla prima pagina della Bibbia leggiamo che Dio creò l'uomo «a sua immagine». Ciascuno di noi è una moneta coniata da Dio. Portiamo il suo volto, la sua firma. Al denaro possiamo dare il suo posto; ma la nostra vita, il nostro cuore, la nostra libertà, tutto ciò che siamo, appartiene a Lui. Papa Francesco, all'Angelus su questo Vangelo, ricordava che ogni persona porta impressa l'immagine di Dio, e dunque è a Lui, e soltanto a Lui, che deve la propria esistenza e la propria vita.
La prima lettura ci aiuta a capire quanto sia grande questo Dio. Isaia parla di Ciro, re di Persia, un pagano che non conosceva il Signore. Eppure Dio lo chiama «suo unto», lo prende per mano e lo usa per liberare Israele dall'esilio. E dice: «Ti ho chiamato per nome, benché tu non mi conoscessi. Io sono il Signore e non c'è alcun altro». Anche i potenti della terra, anche i Cesari di ogni tempo, sono nelle mani di Dio. Nessun impero, nessun mercato, nessuna ideologia ha l'ultima parola. Solo Lui è il Signore.
Questo ci dona una grande libertà e insieme una grande pace. Quante volte ci sentiamo schiacciati da forze che non controlliamo: la crisi economica, le guerre, le decisioni politiche, le incertezze del lavoro. La Parola di oggi ci ricorda che la storia non va alla deriva. Dio sa scrivere dritto anche attraverso strumenti inaspettati, come fece con Ciro. Possiamo fidarci di Lui.
E allora la domanda si fa personale. Di chi è l'immagine che porto? A chi sto restituendo la mia vita? Perché il rischio, cari amici, è quello di dare tutto a Cesare: tutto il nostro tempo al lavoro, tutte le nostre energie al denaro, tutte le nostre preoccupazioni all'apparenza, e lasciare a Dio soltanto gli spiccioli. Un'ora la domenica, quando riusciamo. Una preghiera veloce quando le cose vanno male. Ma Dio non vuole gli avanzi. Vuole noi, perché ci ama e sa che solo in Lui troviamo pace.
C'è anche un'altra conseguenza. Se ogni persona porta l'immagine di Dio, allora ogni persona è sacra. Il povero, il malato, l'anziano solo, il bambino non ancora nato, il migrante, il collega difficile: anche su di loro è impresso il volto del Creatore. Restituire a Dio ciò che è di Dio significa anche rispettare e servire la sua immagine negli altri.
San Paolo, nella seconda lettura, ci mostra come appare una comunità che vive così. Scrivendo ai Tessalonicesi, ringrazia Dio per la loro «operosità nella fede», la loro «fatica nella carità» e la loro «fermezza nella speranza». Sono cristiani che non hanno diviso la vita a compartimenti: la fede diventa opere, l'amore diventa fatica concreta, la speranza diventa perseveranza nelle prove. E Paolo aggiunge che il Vangelo non è giunto a loro soltanto per mezzo della parola, ma con potenza e con lo Spirito Santo. Non è uno sforzo solo umano: è la grazia che ci trasforma.
Ecco allora un passo concreto per questa settimana. Prendete in mano una moneta, magari una sola, e tenetela in tasca. Ogni volta che la toccate, chiedetevi: «Oggi, a chi sto dando la mia vita?». E poi fate un gesto preciso: offrite a Dio il primo momento della giornata, anche solo pochi minuti di preghiera al mattino, prima del telefono, prima delle notizie, prima di ogni altra cosa. E scegliete una persona in cui riconoscere, con un gesto di attenzione o di perdono, il volto di Dio.
Brothers... no: fratelli e sorelle, tra poco su questo altare accadrà qualcosa di meraviglioso. Porteremo pane e vino, frutto della terra e del lavoro dell'uomo, e insieme a quei doni porteremo noi stessi. Gesù, l'immagine perfetta del Padre, ha restituito tutto a Dio sulla croce, offrendo la sua vita per amore. Nell'Eucaristia Egli ci unisce alla sua offerta. E quando lo riceveremo nella Comunione, Lui verrà a restaurare in noi quell'immagine che il peccato aveva graffiato e consumato, come una moneta passata in troppe mani.
Lasciamo che sia Lui a rinnovare il volto di Dio in noi. Restituiamo a Cesare ciò che è di Cesare, con onestà e responsabilità. Ma restituiamo a Dio, con gioia e senza riserve, ciò che è suo: tutto il nostro cuore, perché è suo il volto che portiamo. Amen.
Fonti consultate
- Sant'Agostino, Discorsi e Commento al Vangelo di Giovanni (Tractatus 40,9), sull'immagine di Dio nell'uomo
- Tertulliano, De Idololatria 15 e Adversus Marcionem IV,38
- Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1701-1703, 2238-2242
- Papa Francesco, Angelus del 22 ottobre 2017 e del 18 ottobre 2020 (vatican.va)
- Papa Benedetto XVI, Angelus del 16 ottobre 2011 (vatican.va)
- San Tommaso d'Aquino, Catena Aurea su Matteo 22
- Ignatius Catholic Study Bible, commento a Matteo e Isaia
- Bishop Robert Barron, Word on Fire, omelie per la XXIX Domenica del Tempo Ordinario, Anno A
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